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By Mario Seminerio
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Il dito Lagarde e la luna della nostra stagnazione

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Il dito Lagarde e la luna della nostra stagnazione
La premessa: l'errore di comunicazione della presidente della Bce è ovvio, evidente, palmare, inescusabile, anche se (volendo) lo si potrebbe giustificare con argomentazioni legali e legalistiche. Il punto vero è che un banchiere centrale, quando parla, fa forward guidance, cioè manda messaggi ai mercati, che di conseguenza reagiscono. Ma non si può tacere l'evidenza, e cioè che l'Italia arriva debilitata a questo violentissimo shock esogeno, che la sventura ha voluto fosse su di noi ancora più violento. Debilitata dalla propria struttura demografica e da politiche economiche disfunzionali.  Che accadrebbe, se l'Italia perdesse l'accesso ai mercati? Due opzioni: la richiesta di aiuti a bassa condizionalità (per shock esogeno) alla Ue, oppure il ricorso al risparmio domestico, in senso lato che a breve vi spiegherò. Nel primo caso, i creditori potrebbero comunque voler agire sulle condizioni, identificando gli ambiti in cui quel denaro potrebbe essere sborsato. Volete un esempio? Sì a spesa sanitaria e sociale di sostegno a chi perde il lavoro, no a sussidi per tenere in vita Alitalia.  So che i più nazionalisti tra voi riterranno semplicemente irricevibile questa condizione, vedendola come una intollerabile ingerenza esterna negli affari del paese ma mettetevi il cuore in pace: non esistono risorse illimitate, per nessuno, e se ti sei messo all'angolo è difficile che tu possa decidere entità e tipologia di eventuali aiuti esterni.  Purtroppo, invece, una mentalità "no limits" che appiccica alla realtà l'etichetta di neoliberismo, ci ha portato sin qui, ed un carattere nazionale improntato al vittimismo fa il resto.  Altra conseguenza di questa crisi, a livello globale, sarà il massiccio intervento pubblico a sostegno del settore privato, ovunque. Fatale che ciò accada, ma col vincolo di realtà che le risorse fiscali scarse dei singoli paesi verrano utilizzate per puntellare realtà private che, prima della crisi, mostravano di essere funzionanti e funzionali al sistema paese. In questo caso, l'ingresso pubblico nel capitale garantirà ritorni ai contribuenti.. L'Italia, invece (potete scommetterci), sceglierà altro, e darà la colpa dell'impossibilità di questo "altro" allo Straniero ed a complotti contro di noi. Con queste premesse, la resa dei conti è garantita.  In alternativa a finanziare il debito con prestiti erogati da organismi sovranazionali con condizionalità blanda (sempre che accettino, per i motivi sopra descritti), avremo davanti l'opzione di mobilitare risparmio privato, spostandolo da investimenti esteri o sin qui parcheggiato in liquidità. Magari agevolato fiscalmente e di tipo perpetuo (cioè irredimibile), in modo da non entrare nelle metriche di debito. Qui saremmo nell'ambito della repressione finanziaria ancora blanda.  Ma intervento sul risparmio privato vuol dire anche patrimoniale straordinaria, per evitare di dover ristrutturare il debito pubblico. Circostanza, quest'ultima, che sul paese avrebbe l'effetto di una guerra e comporterebbe necessità di aiuti esterni in modalità "guai ai vinti". Questo è lo scenario che vedo, con o senza le sciocche ed incaute parole della presidente della Bce, la cui palese inadeguatezza al ruolo non posso che confermare. Attenzione, quindi, al dito ed alla luna. Lagarde è il dito, la nostra incapacità a crescere è la luna.  Per tutto il resto, ci sono i truffatori che vi dicono che non esistono tradeoff, e che si può avere burro ed anche cannoni, se solo si inventa la stampante (tradizionale o 3D) perfetta.  
17:51
March 17, 2020
Arriva la recessione e non ho nulla da mettermi
Dopo i pessimi dati del Pil giapponese del quarto trimestre 2019, causati ancora una volta da un improvvido rialzo dell'imposta sui consumi, e malgrado un sistema di cashback simile a quello che molti vorrebbero introdurre da noi per indorare la pillola di aumenti Iva, si dà per scontato che il paese del Sol Levante entrerà in recessione questo trimestre, anche per gli effetti della gelata prodotta da guerre commerciali e Coronavirus. Nel frattempo, il presidente della Fed si unisce al coro di governatori di banche centrali che chiedono ai governi uno stimolo fiscale, perché la politica monetaria da sola non ce la fa più. Detto da chi è alla guida di una banca centrale che dista oltre un punto percentuale e mezzo dal tasso zero fa un certo effetto, ma l'effetto aumenta quando ci si rende conto che gli Usa sono già in espansione fiscale, visto che lo stimolo di Donald Trump è stato calato su un'economia già al pieno impiego e quest'anno il rapporto deficit-Pil statunitense sarà intorno al 5%, il più elevato non in tempo di recessione; roba da far leccare le orecchie agli europei ed ai tossici da deficit italiani.  Ecco, gli italiani. Il paese è stabilmente in coda alle previsioni della cosiddetta crescita europea, con distacco crescente. Lustri di ricette economiche sbagliate non sono trascorsi invano. O forse sì, perché quando anche noi finiremo ufficialmente in recessione, tra un paio di mesi, ci sentiremo ripetere dai quattro angoli dello schieramento politico che "è ora di finirla con l'austerità". Tutto molto bello, se non fosse che la posizione fiscale italiana è espansiva ormai da parecchi anni, quindi l'austerità non esiste ed i risultati li abbiamo sotto gli occhi. Del resto, avrete visto le pacche sulle spalle ed il trenino per il +0,1% di PIl stimato dal reddito di cittadinanza, che però costa lo 0,3%, no? Oppure la sortita da Barone di Munchhausen di chi voleva aumentare l'occupazione aumentando gli inattivi mediante pensionamenti, ricordate anche quello?  Che fare, quindi? Non saprei, perché questo è un dissesto culturale prima che economico. In maggioranza pro tempore c'è un'Armata Brancaleone la cui missione è quella di eradicare dalle nostre lande il liberismo con tante b, a colpi di tassa e spendi e redistribuzione dell'impoverimento. All'opposizione c'è un personaggio che ormai fa quasi tenerezza, pugile suonato dalle proprie coazioni a ripetere: "non vogliamo uscire dalla Ue e dall'euro", ma "se non otterremo ciò che vogliamo, meglio fare come gli inglesi" (sic), Ma soprattutto, quando si arriva al dunque e si deve affrontare la realtà a mani nude, il nostro eroe fugge di notte per poter tornare a promettere burro, cannoni e cannoli e sfogliare la margherita. Io uscirei, non uscirei, ma se vuoi. La tragedia è che ancora in molti lo ascoltano, così come ascoltano la banda dei "redistributori" sinistrati neomovimentisti, morsi da uno zombie a 5 stelle e che stanno diventando come lui.  Zoologicamente, resto indeciso tra le rane di Fedro (che bollono in pentola) ed i capponi di Renzo. Ma tutto questo stucchevole wrestling tra fazioni dello stesso fallimento porta da una sola parte. Inutile che vi dica quale.  
18:14
February 18, 2020
Redistribuire l'impoverimento: le grandi riforme italiane in direzione ostinata e contraria
"Abbiamo salvato il paese dalla bancarotta, evitando gli aumenti Iva", è lo stralunato mantra del segretario del Pd, peraltro in affollata compagnia. Ottimo, ora quindi possiamo fare aumentare l'Iva (nel paese primatista europeo di evasione Iva), ripetono altri esponenti del medesimo partito, alla ricerca di coperture per l'epocale riforma Irpef che hanno in mente, oltre che per affrontare l'immutato problema di aumenti Iva nel 2021. Se siete confusi, siamo con voi. Ma nei giorni scorsi sono stati resi noti i suggerimenti del Fondo Monetario internazionale al nostro paese, e di alcuni di essi non c'era traccia sulla nostra stampa.  Ad esempio, non ho trovato traccia del reiterato suggerimento di spostare la contrattazione collettiva a livello di azienda, per riallineare produttività e retribuzione, oltre che i differenziali locali nel costo della vita, fissando quindi in questo contesto un salario minimo che è naturale complemento al decentramento della contrattazione. E che magari andrebbe integrato da uno strumento di sostegno ai working poor come l'EITC. Invece, da noi si discute di salario minimo come grida manzoniana per innalzare i salari in un contesto di contrattazione collettiva che resta nazionale. Sarà interessante vedere che accadrà in Spagna, dove il nuovo governo di sinistra punta ad un percorso esattamente opposto, cioè a ri-centralizzare la contrattazione collettiva, che era stata decentrata con la riforma del 2012.  Ancora: il FMI loda ma critica l'esile riduzione del cuneo fiscale prodotta dal bonus 100 euro, che non riuscirà neppure a scalfire il differenziale a noi sfavorevole con la media europea. Forse perché prima si innalza la produttività e poi la si redistribuisce, mentre da noi il mainstream punta a redistribuire e vedere se in tal modo ci solleviamo da terra tirandoci per le stringhe col magico moltiplicatore. Che fare, quindi? Per il FMI allargare la base imponibile sfoltendo e riducendo drasticamente le tax expenditures per ridurre le aliquote nominali e le distorsioni da esse causate e trovare le coperture. La direzione opposta a quella di un paese che ha ucciso l'Irpef a colpi di imposte sostitutive e tax expenditures, per vincere l'elezione successiva.  Lodi e critiche anche per le misure di attenuazione della povertà, col reddito di cittadinanza troppo alto rispetto alle prassi degli altri paesi, e che di conseguenza disincentiva l'offerta di lavoro, anche attraverso eccessiva penalizzazione per chi trova un lavoro temporaneo. La scala di equivalenza familiare è troppo schiacciata, quindi le famiglie numerose sono fortemente penalizzate. Ma questo è semplicemente il frutto della scarsità di risorse e dell'elevata soglia minima individuale del reddito, e lo sappiamo da sempre.  Insomma, difficile sfuggire all'impressione che le grandi riforme "progressiste" dell'attuale maggioranza aggravino il problema anziché avviarne la soluzione. Nell'anno in cui l'Italia rischia di pagare cari alcuni shock esterni già visibili (vedi orrido dato di Pil del quarto trimestre) il rischio è quello di redistribuire l'impoverimento. Agli antropologi del futuro il compito di studiare il mistero (ridicolo anziché buffo) del paese i cui governi pro tempore annunciano sempre epocali riduzioni di tasse, salvo scoprire che la pressione fiscale resta stabile o tende ad aumentare.
19:43
February 3, 2020
Sigillate quel confine
In Italia abbiamo una certezza: ogni legislatura ha il suo tentativo di produrre una nuova legge elettorale, costruita in modo sartoriale per premiare la coalizione pro tempore al governo, o più spesso per penalizzare l'opposizione, e destinata ad essere affondata dal voto degli elettori. La legge elettorale spesso è la matrice che deve produrre governi stabilissimi ed in grado di distillare le pozioni miracolose che porteranno alla rinascita economica. Tali pozioni tendono ad essere differenziate per schieramenti, tra destra e sinistra, ma entrambe fanno leva sul feticcio del moltiplicatore keynesiano. Per la destra è soprattutto il taglio di tasse in deficit, destinato a moltiplicare la crescita e ripagarsi con gli interessi; per la sinistra è un'apparente maggiore "rettitudine fiscale", nel senso di minore deficit ma prodotto con un policy mix fatto di più spesa pubblica, quella rigorosamente "ad alto moltiplicatore", e più tasse, meglio se del tipo finalizzato a "punire" qualcuno. Quando i risultati tardano a materializzarsi, o meglio prendono le fattezze di una desolante stagnazione, ecco il nuovo impulso a cercare sempre maggiori risorse. Negli ultimi anni ci si è concentrati sull'elevata propensione degli italiani per la liquidità, cercando di indurli a spendere  con blandizie o minacce. Ora, sempre più, i nostri intellettuali da quotidiano, che ogni giorno si fronteggiano con nuove meravigliose idee per spianare il Turchino, si stanno orientando ad identificare il colpevole di tutto: la possibilità di diversificare i propri investimenti all'estero. Si moltiplicano quindi i "suggerimenti" a trattenere, con le buone o le cattive, i risparmi entro i confini nazionali, mettendo in discussione la libera circolazione dei capitali. Ma non solo. Come punire le imprese, che trovandosi di fronte un paese vieppiù inospitale ed oneroso, decidono di delocalizzare? Con un bella tassa di uscita, perché no? Scordando che diverrebbe automaticamente tassa di entrata, aggravando la desertificazione. Ma ormai il filone è aperto: attendiamoci anche delle exit tax per gli italiani che decidono di cercare all'estero quelle opportunità lavorative e professionali che stanno scomparendo qui da noi, a titolo di rimborso delle risorse fiscali destinate a istruzione e formazione. Sigillate quel confine, quindi: né capitali né persone vi escano. Fermate il mondo, gli italiani vogliono scendere. Un'aspirazione nordcoreana che, per l'ennesima volta, cerca la scorciatoia all'eclatante fallimento di un sistema-paese. Non attrarre capitali ma impedirne la fuoriuscita. 
15:39
January 17, 2020
Italiani, i più produttivi nell'autoinganno
Dopo la "proposta" della neo-premier finlandese, Sanna Marin, di ridurre l'orario di lavoro a 24 ore settimanali su quattro giorni a retribuzione invariata, immancabili sono giunte le entusiastiche reazioni di approvazione dall'Italia. Per l'occasione, sono state rispolverate proposte che ricalcano la gestione delle crisi d'impresa e la solidarietà "difensiva" è stata trasformata in "espansiva". Come segno dei tempi, nel paese dove la produttività stagna o si contrae da molto tempo, e che quindi sta preparandosi un gramo avvenire, la riduzione dell'orario di lavoro è presentata in chiave "produttivistica", e non di sottrazione del plusvalore ai capitalisti, per dirla col barbuto di Treviri. Lavorare meno per essere più "produttivi"? Ma da noi il problema più grave non è la bassa produttività ma la mancata comprensione del significato del termine. In troppi sono convinti che produttività sia sinonimo di sfruttamento e cottimizzazione. Oppure si crede che produttività sia quella cosa che sgorga dalla pur necessaria conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Partiamo dalle basi: produttività è la sintesi di efficacia ed efficienza di un sistema economico nel combinare capitale, lavoro, tecnologia e istituzioni (scolastiche, educative, legali, amministrative). Data l’interpretazione italiana del concetto, quindi, non stupisce che al centro del nostro dibattito stiano personaggi folkloristici che pensano che, riducendo l'orario di lavoro, potremmo avere un'esplosione di occupati. La madre del modello superfisso è sempre incinta, dopo tutto. La strada? Prima si accresce il valore aggiunto di un sistema economico ed in seguito lo si redistribuisce, anche attraverso riduzioni dell'orario di lavoro a compenso invariato. Ancora una volta, l'ennesima, gli italiani cercano scorciatoie a questioni esistenziali nella vita di una comunità nazionale. Siamo e restiamo ineguagliati nell'arte dell'autoinganno. Aumentare drasticamente il costo del lavoro serve a ridurre l'occupazione e a spingerla verso il sommerso, non ad innalzare il valore aggiunto del sistema, che si forma in processi di lungo periodo, letteralmente generazionali, per i quali serve serietà nel perseguimento di un modello di sviluppo. Ma serietà ed italiani sono termini ormai mutuamente esclusivi.  
15:52
January 7, 2020
Si fa presto a dire educazione finanziaria
Dopo l'ultimo (in ordine cronologico) episodio di misselling, cioè di vendita di titoli non idonei al profilo di rischio ed alle conoscenze del risparmiatore (il caso della Popolare Bari), e dopo la comparsa della figura mediatica della risparmiatrice truffata a sua insaputa e che tuttavia ha scordato di applicare il buonsenso e di non mettere tutte o quasi le uova nello stesso paniere, si moltiplica l'invocazione alla taumaturgica "educazione finanziaria". Siamo sicuri che la soluzione sia davvero questa? Non fraintendetemi: io sono del tutto favorevole alla promozione dell'educazione finanziaria. Ma in un paese così desolatamente ignorante e funzionalmente analfabeta, credere che una non meglio definita "alfabetizzazione finanziaria", ammesso e non concesso di capire chi e come debba assumere il ruolo di docente, riuscirà a ridurre l'ineliminabile asimmetria informativa tra chi colloca strumenti di risparmio e chi investe in essi rischia di essere velleitario. Tra scandali e botte di populismo con invocazione di "punizioni esemplari", il rischio è quello di cadere nella solita ipernormazione all'italiana, con leggi che impongono sempre maggiori adempimenti formali e formalistici, o magari si spingono ad obbligare alla diversificazione, ad esempio vietando di investire più di una piccola percentuale in strumenti emessi dalla propria banca (vedrete che qualcuno proporrà anche questo). Malgrado ciò, continueremo ad avere "analfabeti finanziari" felici di esserlo sin quando rende, salvo trasformarsi in vittime di truffe odiose appena le cose vanno male ed autocertificare il proprio status di analfabeta finanziario invocando immancabili "ristori" che, visti i tempi della giustizia, vengono sostituiti da erogazioni pubbliche. Per questo dico: ben venga l'educazione finanziaria ma non facciamoci illusioni. Soprattutto in un paese come questo, dove si privatizzano i profitti e socializzano le perdite in modo compulsivo. A me basterebbe che si sapesse che mettere tutte le uova nello stesso paniere non è mai idea intelligente, e lo si ripetesse ogni giorno davanti allo specchio. 
14:39
December 19, 2019
Anche in Italia piangeremo sul liquido versato. In conto
L'anno nuovo porterà anche in Italia, come già accade in ampia parte d'Europa, rendimenti negativi di conto corrente. Non nella forma di tasso nominale negativo bensì di una serie di balzelli commissionali dalle più fantasiose denominazioni, come la vivace creatività delle banche consentirà. Futile pensare di sfuggire a questa situazione: qualsiasi banca (o fintech) destinataria di fiumi di liquidità perché non applica commissioni, sarebbe alla fine costretta ad alzare il ponte levatoio. Oltre alla corrosione che i tassi negativi della Bce esercitano sul conto economico delle banche, in atto ormai da un lustro e di cui non si vede la fine, un'ulteriore importante fonte di onerosità è data dai fondi interbancari di garanzia e tutela dei depositanti; soprattutto nel nostro paese, destinati a giocare un ruolo sempre più rilevante nei "salvataggi di sistema". In soldoni? Raffiche di modifiche unilaterali dei rapporti di conto, a cui la legge consente di rispondere con l'arma spuntata del recesso, perché un rapporto di conto serve comunque, e la tendenza a scaricare i crescenti oneri di sistema sui clienti è fenomeno del tutto comprensibile, perché le banche non sono Onlus. Banche che offriranno sempre più propri prodotti ad elevata marginalità (tradotto: costosi per il cliente), come gestioni patrimoniali e polizze a contenuto finanziario. Quasi sempre fatte con gestione attiva, che sta prendendo ceffoni senza sosta dagli strumenti passivi e low cost. Se state aspettando di vedere anche da noi mutui a tasso negativo, potreste essere delusi: potremmo in realtà avere ritocchi all'insù ai tassi praticati sui prestiti, concessi secondo criteri sempre più restrittivi. Ecco perché, quando sentite esecrare le banche perché "pensano solo a tagliare i costi, soprattutto del personale, e non ad aumentare i ricavi", pensate che '"aumentare i ricavi" di solito vuol dire mettere le mani in tasca ai clienti, offrendo loro prodotti molto costosi e giocando sull'asimmetria informativa che deriva anche dalla mediamente scarsa alfabetizzazione economica e finanziaria. Per usare una delicata perifrasi. 
14:57
December 10, 2019
Tra Iri e Gepi, l'eterno ritorno del fallimento italiano
Un breve viaggio nel tempo ad uso dei più giovani e di quelli che, non essendo più giovani, soffrono di amnesie. La storia dell'intervento pubblico nell'economia italiana è una storia di successo solo nella fase iniziale, quella della costruzione del patrimonio infrastrutturale del paese e dello sviluppo dell'industria pesante. Ma questa fase si esaurì oltre mezzo secolo addietro. Dagli anni Settanta, la storia di quell'intervento è fatta di distruzione di risorse fiscali, in parallelo all'aumento dell'apertura dell'economia italiana al processo di globalizzazione, a cui un paese trasformatore come il nostro non poteva certo rinunciare. Indietro non si torna, ovviamente, perché non si può riavvolgere il nastro del tempo. Le narrazioni e gli spin del marketing politico, rafforzate da qualche autonominato vecchio saggio che esercita il proprio immaginario magistero da cattedre altrettanto inesistenti, sono solo una manifestazione di disperata impotenza, oltre che di cinismo elettorale. Ma è utile ricordare cosa è stato un esempio eclatante di degenerazione del sistema paese, di cui in molti oggi hanno nostalgia: il modello Gepi. Nata come private equity ante litteram per aziende in temporanea difficoltà (spesso una pietosa e costosa bugia), è diventata la discarica degli esuberi del sistema privato, una delle innumerevoli leve del fallimentare intervento pubblico nel Mezzogiorno, ed in ultima istanza il maggior produttore di cassintegrati a vita e lavoratori socialmente utili del paese. Chi non ricorda il proprio passato è condannato a ripeterlo. Oppure a vivere di narrazioni tossiche. 
15:54
December 1, 2019
Il patriottico assalto al risparmio degli italiani
Un sistema produttivo boccheggiante, riflesso di un sistema paese fallito: i casi Alitalia ed Ilva sono solo la punta dell'iceberg. La reazione della politica è sempre quella che ci ha regalato la sceneggiata sulla riforma del MES: il complotto esterno contro l'Italia. Proviamo a fare un semplice test di questi due casi eclatanti e mediaticamente sovraesposti di fallimento del sistema paese. Davvero pensate che siano i fantomatici ed inesistenti "vincoli europei" ad impedirne il salvataggio, o non piuttosto i vincoli di realtà? La strada è segnata, al di là di questi due casi: vittimismo, distruzione di risorse fiscali, crescita stagnante, ambiente ostile all'impresa, rapporto debito-Pil che si autoalimenta. Per rinviare il dissesto ci sono due modi, tra essi complementari: aumentare la tassazione, soprattutto quella di matrice patrimoniale, per compensare debito pubblico e ricchezza privata; e la cosiddetta repressione finanziaria. Quella cosa che spinge a mettere le mani sul risparmio liquido degli italiani e su quello investito in attività estere, per il principio della diversificazione, che presto diverrà reato contro lo Stato. Dirottare, con le buone o le cattive, il risparmio degli italiani a tenere in vita attività fallite o che stanno per soccombere. Quello che lo Stato ha fatto per decenni, sin quando non è entrato in crisi fiscale. Per questo non mi sento di escludere nulla, all'aggravarsi della crisi. Anche iniziative di confisca del risparmio privato. È il paese che divora se stesso.
15:14
November 24, 2019
Il caso Ilva e la tarantella dei parolai tarantolati
La discussione pubblica sul "caso Ilva" evolve rapidamente verso gli stilemi classici nazionali: vittimismo e cospirazionismo. Bene che la magistratura valuti eventuali reati, anche se qualcuno pensa che l'apertura di un fascicolo conoscitivo senza indagati equivalga ad una sentenza di condanna in Cassazione; ma ora serve soprattutto capire che fare per salvare l'impianto di Taranto (e Genova) ed i lavoratori. Avendo però alcuni punti fermi: esiste una crisi globale del settore dell'acciaio che è oggettiva, e bisognerà mettere in conto sacrifici occupazionali. Se la politica pensasse di costruire un intervento di salvataggio attorno agli attuali numeri di organico, l'unica certezza saranno devastanti perdite per i contribuenti, vista la struttura di costi del settore siderurgico. Per il momento assistiamo a balbettii sulla immancabile Europa che "deve aiutarci", ad ardite elaborazioni teoriche sulla necessità di "riformare il capitalismo" (très vaste programme), ed alle solite sceneggiate sul complotto delle multinazionali con tante zeta, che presto saranno accusate pure di tentato golpe, mentre alcuni noti cani di Pavlov stanno insaponando il cappio. Quando si tratta di creare diversivi, noi italiani siamo imbattibili. 
16:16
November 17, 2019
La commedia degli autoinganni e la manovra demoltiplicativa
Abbiamo finalmente preso atto che le famose "tasse verdi" servivano in realtà solo per fare cassa, come testimoniato dalle previsioni pluriennali di gettito -costante!- elaborate dall'esecutivo. Ora cercheremo quindi nuove coperture di infima qualità per chiudere quei buchi. L'aggiornamento delle previsioni economiche della Commissione Ue vede l'Italia saldamente in posizione di coda malgrado una manovra che è espansiva perché amplia il deficit strutturale, soprattutto nel 2021, ed innalza ancora il rapporto debito-Pil. Si ripete quindi il leit motiv della commedia di equivoci ed autoinganni su cui si fonda il discorso pubblico italiano: ogni anno, il governo pro tempore presenta una manovra di bilancio destinata a rivoluzionare il paese; dopo furibonde discussioni a misura di teatrino tv, l'anno successivo la realtà presenta il conto: risorse fiscali distrutte sull'altare del pensiero magico ed accuse di austera cospirazione. Più che di moltiplicatore, più appropriato parlare di demoltiplicatore. Anche quest'anno si replica ma con un involucro (un sarcofago?) verniciato di verde. Ecco perché fate benissimo a preoccuparvi per il futuro dei vostri figli. Ma l'ambiente non c'entra. C'entra che siete italiani, e già quello dovrebbe bastare per tenervi svegli la notte. 
14:15
November 10, 2019
Il lungo addio incentivato di FCA all'Italia
Dalle pesanti svalutazioni dell'ultima trimestrale all'annuncio del tentativo di aggregazione con i francesi di PSA, per FCA ed i suoi azionisti prosegue la lunga marcia verso la fuoriuscita dal paese che si sta inesorabilmente desertificando. Lunga marcia che, per lavoratori e contribuenti italiani, appare soprattutto come la strada dell'inferno lastricata di ottime intenzioni: quelle ambientaliste, rigorosamente all'italiana, supportate dalla potentissima molla dell'invidia sociale, persino verso quei poveri disgraziati che hanno un'auto aziendale a disposizione e vengono assimilati a plutocrati da bastonare ed elusori fiscali da neutralizzare. Colpita in modo pesantissimo nella domanda di flotte aziendali, FCA non poteva quindi trovare migliore habitat per la propria strategia di disimpegno: un'Italia più verde (il colore della miseria) e deindustrializzata, ed un futuro ricco di tanti bei parchi tematici popolati di camerieri rigorosamente tricolori. 
16:10
November 2, 2019
L'era della marmotta italiana che sarebbe piaciuta a Dante
L'eterno ritorno della crisi italiana di sistema tende a riproporre una situazione specifica: un governo di "tecnici" che permetta ai partiti di fare un passo indietro e metterci poca o nessuna faccia. Poi, quando la situazione è lievemente migliorata, il tecnico viene congedato e torna il "primato della politica", che consente a qualche "eletto" di andare a convegni e sentenziare che con un governo di economisti ci sono stati danni per il paese. Da Carlo Azeglio Ciampi a Mario Monti (con Elsa Fornero), e domani forse a Mario Draghi, il paese produce "salvatori" che tentano di rimettere assieme i cocci prodotti da azione e predazione della politica. Il dramma è che, ad ogni episodio di crisi di sistema, il tessuto produttivo e -soprattutto- civile del paese è sempre più debole e lacerato. L'impressione è quella di una coazione a ripetere che sarebbe piaciuta a Dante, al momento di infliggere le pene dell'Inferno. 
12:44
October 25, 2019
Alitalia e le altre: quando le crisi aziendali non sono risolvibili, meglio non accanirsi (sui contribuenti)
Dal caso Alitalia, che promette di diventare uno dei maggiori scandali della storia di questo paese, che pure di scandali ne ha visti moltissimi, passando per i tavoli di crisi al Mise, l'unica lezione da trarre è che ci sono casi in cui la patologia aziendale richiede solo di "lasciare andare" il paziente, senza accanimento sui contribuenti. Perché non saranno improbabili e burocratiche "riconversioni" a colpi di sussidi e proclami politici (e men che mai "nazionalizzazioni") a invertire molte storie aziendali ormai finite. Ecco perché occorre concentrare gli sforzi sulla tutela del lavoratore anziché del posto di lavoro. Lo so, è terribilmente difficile, soprattutto in aree desertificate di lavoro. Ma l'alternativa non è né può essere la cassa integrazione in deroga ad oltranza e verso l'infinito. Perché questa è la via dell'inferno e del fallimento del paese. 
13:39
October 17, 2019
Il giorno della marmotta chiamata Brexit
Le probabilità che Regno Unito e Ue raggiungano un accordo al Consiglio europeo del 18 ottobre sono state azzerate dalla telefonata tra Boris Johnson e Angela Merkel. Che accadrà ora? Che Johnson dovrà chiedere alla Ue, ai sensi della legge Benn, una proroga dell'Articolo 50, verosimilmente di tre mesi, ma ne darà la colpa alla Ue, al parlamento ed al sistema giudiziario britannici, ed al "deep state" dei Remainers. Ci saranno elezioni, che Johnson tenterà di vincere per arrivare ad una Brexit (anche no-deal) il 31 gennaio. Altro giro, altro psicodramma. Tutto nacque dal tentativo di David Cameron di liberarsi di Nigel Farage...
11:32
October 8, 2019
Nadef 2019: i saldi scritti sull'acqua
Commento rapido alla Nota di aggiornamento al DEF licenziata dal Consiglio dei ministri del governo Conte 2 il 30 settembre. Tra flessibilità e "lotta all'evasione fiscale", il nulla rivestito dal deficit. Ma c'è una clausola di salvaguardia domestica: la "rimodulazione" delle aliquote Iva, per poter fare gettito vero e indorare la pillola ai gonzi con la lotteria in stile portoghese. Nel frattempo, tutto quello che nel corso degli anni ha irrigidito il bilancio pubblico (80 euro, Quota 100, Reddito di cittadinanza) resta dov'è, limitando i margini di manovra e costringendo una classe politica fallita a pompare le aspettative dei sudditi in modo parossistico. Eppure funziona, almeno per ora. 
15:47
October 1, 2019